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I ragazzi contano sempre di più del programma didattico

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Sembrerà banale – ma credetemi, spesso non lo è affatto… - come ho avuto modo di ribadire, ritengo che nel binomio Teatro Ragazzi la parola importante sia Ragazzi, non Teatro. E mi ricordo di quelle volte in cui mi sono ritrovata a dover fare la scelta Di abbandonare il laboratorio teatrale che stavo conducendo, per aver cura anche di un solo bambino o una sola ragazza, che in quel preciso momento avevano bisogno di tutt’altro. Non è sempre facile, non è sempre immediato. Un pomeriggio conduco un laboratorio con cinque preadolescenti allegri e ben disposti a partecipare. Ma appena inizio a parlare della prossima messinscena, uno di loro (lo chiameremo Giulio) inizia a tirarsi indietro, fino a diventare dichiaratamente oppositivo e non c’è modo di smuoverlo dallo stato d’animo negativo nel quale è piombato. So che ha una situazione familiare e socioculturale molto complicata. Conosco le sue difficoltà e, anzi, mi ero stupita che l’avesse superate così agevolmente durante i giochi del laboratorio. Ma ora sembra essere tornati indietro anni luce. Insisto, chiedo la collaborazione degli altri ragazzini, i quali provano a smuoverlo insieme a me, ma niente. Il muro dietro il quale Giulio si è barricato sembra invalicabile. Lascio perdere, rispetto i suoi temi, e mi concentro sugli altri che sono più che pronti all’idea di recitare. Mentre improvvisiamo una scena vedo che Giulio ci osserva, si lascia trasportare dal brio della recitazione, sorride. Ma niente più. Potrei continuare una seconda scena con gli allievi che stanno lavorando, i quali mi rimandano grande entusiasmo, partecipazione, voglia di fare. Questo mi gratifica, è umano, ma non mi è proprio possibile lasciare Giulio in disparte. Mi torna in mente che quell’unico, singolo ragazzino che in questo momento mi sta creando così tanti problemi, è più importante di tutto il resto. E pertanto decido di accantonare il lavoro che sto facendo con gli altri per proporre un gioco che non c’entra niente col teatro, così che anche Giulio possa parteciparvi. Ed è esattamente quel che accade. Si alza dalla sedia che aveva posto nell’angolo più remoto della stanza. Si avvicina a noi, ascolta le regole del nuovo gioco, si impegna e si diverte. Alza il viso, mi guarda, sorride. Finalmente è di nuovo coinvolto dall’esperienza e supera la negatività che l’ha tenuto in scacco fino a qualche secondo fa. Il gioco gli piace, arriva fino al termine, e addirittura si dimostra il migliore. Gli faccio i dovuti complimenti, non parlo più del teatro o dello spettacolo. Anche gli altri ragazzi si sono divertiti, ci salutiamo con allegria dandoci appuntamento alla settimana successiva. Ho perso tempo rispetto alle scadenze del programma? Forse, chissà. Ma di una cosa sono certa: lo sguardo, il rapporto ritrovato e il sorriso finale di Giulio valgono di più di tutto il resto. Anche del teatro stesso.

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