Un mio articolo sul teatro pubblicato su Città Nuova

Sono molto contenta di sapere che un mio articolo sul teatro dal titolo "Il teatro è vita" è stato pubblicato oggi sulla rivista Città Nuova.

Tutte le arti sono espressione di armonia e di bellezza. Sono la fuoriuscita di quel che abbiamo dentro, la sublimazione di pulsioni che a volte non riusciamo a spiegarci, di forti e improvvise emozioni e danno forma all’imprescindibile necessità di condividere con l’altro ciò che porto dentro il cuore.
Ma oltre a ciò, l’arte educa, l’arte parla. E non solo quando ne siamo fruitori (se vediamo un bel quadro o un film particolarmente appassionante) ma ancor più quando siamo noi i protagonisti, quando facciamo arte. Nella mia vita ho conosciuto un poco la musica, pochissimo la danza, quasi per niente l’arte plastico-figurativa. Nella mia vita ho fatto teatro (leggi anche Logoteatroterapia). Pertanto è del teatro che voglio parlare.

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Fare teatro in casa: basta un cappello

Spesso mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che non occorre nulla per fare teatro: bastano il nostro corpo, la voce, e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare cose nuove.
Pertanto, visto che al momento la maggior parte della popolazione è costretta a casa a causa del Coronavirus, proviamo a trovare semplici giochi teatrali da fare anche nella propria cameretta. Assaporeremo nuovi modi per divertirci, senza neppure l’imbarazzo del doverlo fare davanti a un pubblico: al massimo avremo la mamma e il papà come spettatori. Anzi, coinvolgiamo anche loro, chissà che non si divertano quanto (e magari anche più) dei loro figli.
Per fare teatro basta essere in due. Chi ha almeno
Cecilia Moreschi
un fratello o una sorella è già sulla buona strada. Chi è figlio unico può chiamare uno dei due genitori, che stavolta non potrà davvero esimersi.
Un semplicissimo gioco da fare è quello del cappello. Troviamo in casa un cappello qualsiasi, anche vecchio e brutto. Poniamolo al centro della stanza. Ciascuno dei partecipanti deve pensare a un qualsiasi personaggio da interpretare, e una volta avuta un’idea, indosserà il cappello e comincerà a camminare e agire come fosse quel personaggio. Appena tolto il cappello, si torna a essere se stessi. Il cappello quindi funziona un po’ come una bacchetta magica, ci permette di essere altro da noi per qualche minuto e poi ci fa tornare esattamente come siamo. Naturalmente gli altri dovranno indovinare il personaggio.
Si possono introdurre le battute oppure restare in silenzio e mimare soltanto. Si può procedere per categorie, scegliendo di interpretare solo personaggi delle favole, personaggi dei film Marvel, persone che conosciamo, parenti, mostri, mestieri… tutto ciò che la fantasia ci suggerisce.
È un gioco semplice ma divertente, che mette in moto il corpo facendogli compiere azioni extraquotidiane, e stimola la fantasia, la memoria, la creatività.

Per fare teatro non serve nulla oltre a noi stessi

Giorni fa conduco un laboratorio di improvvisazione teatrale con un gruppo di adulti di varie età, diverse professioni e provenienze. Conosco solo i loro nomi, non so quale lavoro svolgano, quali passioni abbiano, dove abitino e così via. Eppure grazie al teatro, la comunicazione tra noi è stata vera, profonda, fatta di piccole e grandi cose in cui ciascuno ha narrato qualcosa di sé, ha conosciuto gli altri e persino scoperto parti di se stesso che ignorava.
Mentre ci stavamo concentrando, liberando il corpo da tensioni e stress, stanchezza accumulata durante la giornata (qualcuno ha detto: durante tutta la settimana!) riflettevo con loro sul fatto che
Cecilia Moreschi
per fare teatro non serve assolutamente niente. Non occorrono tele e pennelli, strumenti musicali, essere dotati di grazia e agilità, scarpette da ballo, o una bella voce intonata. La natura ha già fornito all’essere umano tutto ciò che gli occorre per fare teatro: il corpo, la voce, e la capacità di entrare in relazione con l’altro accanto a me.
Ecco, abbiamo tutto ciò che ci serve: ora occorre solo un pizzico di coraggio, per lasciarsi andare e buttarsi in questa splendida avventura.

Spettacolo di teatro ragazzi Il mago di Oz

Lo spettacolo “Il mago di Oz”, liberamente adattato dalla sottoscritta dall’omonimo libro di Frank Baum, è andato in scena il 15 e il 16 febbraio, con la partecipazione di diciannove attori di una quinta elementare di Roma.
I giovanissimi attori (che non avevano mai partecipato a un laboratorio teatrale) hanno costruito il testo insieme a me, imparato battute e azioni sceniche, entrate e uscite, gag esilaranti e piccoli movimenti corali in poco più di due mesi. L’esperienza di questo breve ma intenso laboratorio li ha stimolati a lavorare sulla memoria, l’espressività, la prosodia, la corretta
articolazione, la gestione dello spazio, il rapporto e il gruppo. Ma il teatro ragazzi opera anche anche sull’ascolto, sulla collaborazione, l’accettare una parte anche se ne desideravano un’altra, il cedere il proprio spazio ai compagni, il mettersi in gioco realizzando qualcosa che qualcuno mai avrebbe creduto di riuscire a fare.
Non cessa mai di stupirmi quanto il teatro ragazzi racchiuda in sé una miriade di potenzialità e quanto ciascun essere umano che vi partecipi, anche se per un breve periodo, non possa uscirne indifferente: è un’esperienza che inevitabilmente arricchisce e fa maturare tutti i giovani attori che vi prendono parte.
Sono molto orgogliosa di tutti loro, la “Compagnia delle cinque A”, per il grande entusiasmo, il coraggio e la disponibilità che hanno reso possibile questa meravigliosa esperienza.

Teatro a scuola a Santa Marinella

Solo due parole per ringraziare la musicoterapista Valentina Mikulic per avermi invitato a presentare ieri Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura nell’incantevole sede dell’associazione “Giocosamenteinvento” di Santa Marinella, dove si svolgono numerose e preziose attività per l’infanzia e per i genitori. Un abbraccio anche a tutte le persone che sono intervenute, è stato un piacere percepire l’impegno e l’entusiasmo nei loro occhi mentre parlavano dei loro allievi. Migliorare la didattica, l’insegnamento, le ore trascorse in classe, equivale a migliorare la qualità della vita dei giovani studenti di oggi, che saranno la società di domani.

Presentazione libro a Santa Marinella

Prossima data del mini tour di presentazioni del mio nuovo libro Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura, WriteUp Site Edizioni.

Dopo la Libreria Ubik di Monterotondo, la Libreria Teatro Tlon, la Libreria Rinascita 2.0 e il VII Circolo Montessori di Roma, presenterò il libro, con annesso laboratorio rivolto a insegnanti e in generale a professionisti del lavoro con l'infanzia, a Santa Marinella:


Sabato 25 gennaio 2020, ore 17-18.45
Associazione Culturale Giocosamenteinvento
Via G. Garibaldi, 35 (Santa Marinella)
INGRESSO LIBERO

Recitare è come preparare un panino

Conduco un laboratorio con una quinta elementare.
I bambini hanno iniziato da poco a divertirsi con il bellissimo gioco del teatro, ma hanno mostrato fin da subito entusiasmo e partecipazione non comune. Dopo un momento di rilassamento, concentrazione, propriocezione, stiamo per lanciarci nell’improvvisazione guidata e condivisa, nella quale tutti recitano (con il solo ausilio del corpo) una piccola storia in sequenza che narro a voce alta.
Il primo elemento su cui devono lavorare è che "fa freddo". Immediatamente i loro piccoli corpi interpretano senza fatica la sensazione del freddo. Vado avanti, e dico loro che stanno "camminando sul marciapiede". Qualcuno mantiene l’espressività del freddo, alla quale aggiunge solo l’atto del camminare. Ma in parecchi lo dimenticano completamente e interpretano una piacevole camminata, sorridendo, come se fossero in un bel prato o in una serena giornata senza nubi. “Adesso fermiamoci”, dico loro. “Nello sforzo di
Cecilia Moreschi
recitare la camminata sul marciapiede, avete dimenticato che innanzi tutto avevate freddo. Il freddo ve lo siete perso per strada”.
“Giusto!” riconoscono i ragazzi, ridendo. Ed ecco che in meno di un secondo i loro corpi interpretano nuovamente l’aver freddo e vi aggiungono l’azione del camminare.
“Ma non è una camminata qualunque”, proseguo, “avete una cosa da fare, un compito da svolgere”. Di nuovo il corpo dei bambini, che vive sempre nell’attimo presente, nel qui e ora, esprime benissimo la concentrazione di aver qualcosa da compiere, perdendosi un po’ della camminata e molto del freddo. Li interrompo di nuovo, chiedo loro di rilassarsi e di riflettere con me: la recitazione è come farcire un panino. All’inizio abbiamo solo il pane (il nostro corpo), pronto per essere imbottito (pronto per recitare). Cominciamo mettendoci una foglia d’insalata (il freddo), ma ancora non è molto appetitoso. Allora aggiungiamo una fetta di prosciutto (la camminata), poi un po’ di formaggio (avere un affare da sbrigare), magari anche della maionese (mentre camminiamo si verifica un intoppo, che ci fa sbuffare e perdere tempo) e per chi vuole delle olive saporite a rendere il tutto ancor più buono (ci affrettiamo perché si sta facendo tardi e dobbiamo assolutamente fare quella cosa).
Ai bambini piace molto la metafora del panino, continuano a utilizzarla con me e fra loro, immaginando di aggiungere burro, noci e marmellata o hamburger, sottiletta, ketchup e maionese. La cosa importante è che hanno perfettamente compreso che recitare è sommare, non sostituire. Ogni nuova situazione si somma alle precedenti, non si sostituisce a esse, rendendo sempre più ricca e interessante la nostra esperienza nello spazio scenico e verso il pubblico.

Presentazione libro alla scuola Montessori

Prosegue il mini tour di presentazioni del mio nuovo libro Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura,
WriteUp Site Edizioni.
Dopo la Libreria Ubik di Monterotondo, la Libreria Teatro Tlon e la Libreria Rinascita 2.0 di Roma, racconterò del lavoro che ha portato alla creazione del testo insieme alla responsabile della casa editrice in una delle scuole Montessori della capitale:


Sabato 27 novembre ore 17
Scuola VII Circolo Montessori
Aula polifunzionale
Via Santa Maria Goretti, 41 - Roma

Cosa vuol dire fare teatro?

Comincio un laboratorio teatrale con una nuova classe. Per conoscere i bambini, oltre al loro nome, chiedo a tutti se sanno cosa stiamo per fare.
Alcuni reagiscono con entusiasmo, esclamando: "Teatro!". "Benissimo", rispondo. "E cosa vuol dire secondo voi fare teatro? "
Ecco che i visetti si fanno improvvisamente seri, concentrati nello sforzo di trovare una risposta a questa mia strana domanda. Qualcuno timidamente dice qualcosa, qualcun altro ne ride. Spiego loro che tutto ciò che diranno andrà bene, che non ci sono risposte sbagliate a questa domanda. Anzi, sono tutte giuste. Non è come la matematica, in cui due più due non può fare diciotto.
Parla ancora qualcun altro, mentre la fronte aggrottata della bimba accanto a me mi comunica un intenso sforzo di ragionamento.
Cecilia Moreschi
"Ci sono!" Esclama a un tratto. "Il teatro è libertà". "Bellissimo", dico io. "E come hai avuto questa intuizione?".
"Facile", risponde. "Se in matematica due più due non può fare diciotto, ma invece a teatro sì, allora vuol dire che a teatro tutto è permesso. Che a teatro siamo liberi".
Una bambina di seconda elementare. Geniale.

Fare di più equivale a fare meglio?

Venerdì pomeriggio.
Conduco un laboratorio teatrale con 19 bambini di una quinta elementare. È la nostra prima lezione, i giovani allievi provano un insieme di emozioni esplosive: entusiasmo misto a curiosità, desiderio di mettersi alla prova condito da un pizzico di timidezza e d’imbarazzo di poter sfigurare davanti agli amici. Ma visto che l’ingrediente maggiore è proprio l’entusiasmo, iniziamo subito a “giocare al teatro”, a “fare finta”, a immaginare luoghi e situazioni.
Forse però i bambini credevano di partire chissà con quali elementi fantastici già dalla prima volta, e restano un po’ delusi quando chiedo loro di camminare semplicemente. Qualcuno proprio non ce la fa a contenere la propria energia e mentre cammina si mette a ballare, qualcun altro fa smorfie buffe in direzione dei compagni, un terzo senza rendersi conto, realizza una camminata pregna d’emozione. Li fermo, faccio in modo che si ascoltino,
Cecilia Moreschi
che si guardino. Che si concentrino dentro se stessi, e che riescano soltanto a camminare. Non c’è alcun bisogno di fare di più, nessuno ha richiesto di fare altro.
I bambini sono recettivi e sensibili, comprendono immediatamente. Camminano, e vedo i loro corpi rilassarsi impercettibilmente e godersi la passeggiata un po’ di più. Trascorso qualche minuto, inserisco un’immagine alla quale i loro corpi reagiscono subito: è una bella giornata di sole. Anche stavolta c’è chi fa troppo, chi fa una cosa incongrua, chi interpreta questa giornata di sole come si trovasse in un arido deserto senza una goccia d’acqua. Di nuovo li fermo, riflettiamo insieme. Chiedo loro di ascoltarmi e di recitare pian piano, per gradi. Di non fare troppo, di non utilizzare energie non richieste, bensì incanalarle in un’immagine anche piccola o semplice.
Di nuovo i bambini percepiscono immediatamente, si concentrano, si pongono in ascolto di se stessi, sono eccezionali.
Ma una riflessione a questo punto si fa strada in me: e se fossimo noi adulti a veicolare il messaggio che fare di più equivale a fare meglio? Che più fai e più sei bravo? Che non devi vivere l’attimo presente, fatto a volte anche di cose piccole e banali, ma essere già proiettato in ciò che arriverà dopo?