Teatroterapia: il corpo ricorda

Una volta che hai imparato ad andare in bicicletta, non te lo scordi più.
Questo ci dicevano le nostre mamme e le nostre nonne quando tornavamo a casa con le ginocchia sbucciate e un’espressione torva sul viso, convinti che mai e poi mai avremmo imparato a pedalare senza rotelle, come gli altri. A forza di capitomboli, graffi e tanta pazienza, abbiamo imparato a rimanere in equilibrio su due ruote e andare in bici è divenuto non solo facile, ma una delle attività più divertenti e soddisfacenti apprese nell’infanzia. Ed è vero, il corpo non dimentica più come si fa, non solo ad andare in bicicletta. Il corpo ricorda tutto ciò che impara. Perfino come si sta sul palcoscenico, una volta che ha vissuto in maniera profonda e soddisfacente quell’esperienza.
Un esuberante e simpaticissimo bambino audioleso di quattro anni sale sul palco con me, per recitare per la prima volta, la scorsa estate. Ha una piccola parte, ma la interpreta con impegno e serietà, memorizzando azioni, mimica e battute tanto da meritarsi scroscianti applausi ed entusiastici complimenti.

Cecilia Moreschi

Passa l’estate, le vacanze, il mare. A settembre si torna a scuola, si riprendono tutte le attività. Nel laboratorio teatrale si fanno giochi di movimento, ritmo ed espressività, si raccontano storie. Trascorrono molti mesi prima che il bambino si ritrovi di nuovo a recitare una sequenza di azioni e battute, fingendo di essere nuovamente sul palco. Eppure ecco che, automaticamente, il suo corpo si orienta verso il pubblico, fa spazio all’attore dietro di lui, lo guarda negli occhi mentre gli porge la battuta, fa attenzione a non dare le spalle e a mettersi al centro della scena senza impallare nessuno dei suoi compagni, alza la voce e scandisce bene le parole per farle comprendere a tutti, utilizza la gestualità e la mimica del viso a supporto del messaggio che deve trasmettere.
Il suo corpo sintetizza tutte queste azioni in una manciata di secondi e gli permette di realizzare una performance improvvisata ma perfetta, che suscita sorrisi e complimenti da parte di tutti gli astanti. Il bambino sembra un attore navigato, che abbia calcato le scene numerose volte, non una sola. E tutto questo perché il suo corpo ha fatto tesoro dell’esperienza compiuta mesi addietro, sapendola recuperare dalla memoria e riproporre all’occorrenza.
In breve, il corpo non dimentica.

Teatro ragazzi: Predatore e preda

All’interno del laboratorio teatrale, spesso si utilizza l’imitazione degli animali più conosciuti come stimolo all’espressività corporea. Il conduttore chiede ai giovani allievi di provare a diventare un gatto, un cane, un gabbiano, ed ecco che automaticamente, senza pensarci più di tanto, le schiene si inarcano, le braccia sembrano ali o artigli, la bocca si allarga a mimare un ruggito o si restringe come fosse un becco, le gambe si piegano pronte a compiere un balzo o a gattonare sinuosamente come felini.


Cecilia Moreschi

Dopo aver proposto a un gruppo di preadolescenti proprio questo lavoro, e averli lasciati liberi di esprimersi nello spazio, ho notato come fosse insopprimibile la tentazione di incontrarsi e comunicare, anche nelle vesti animalesche da me richieste. Pertanto passiamo dal semplice gioco espressivo nello spazio, alla scena vera e propria.
Due attori partono uno dalla quinta di destra e l’altro da quella di sinistra, interpretando due diversi tipi di animali: la consegna è semplicemente l’incontrarsi al centro e stabilire una relazione. I ragazzi mi stupiscono: nelle vesti degli animali più disparati non hanno alcun timore di mostrarsi al pubblico e intessere una relazione con l’altro, che il più delle volte sfocia nel predatore che aggredisce e la preda che prova a difendersi. I loro corpi, le loro voci, i loro sguardi sono assolutamente “nella parte”, tanto da creare interessanti scene improvvisate. “Bene”, dico loro quando tutti sono stati sul palco, “ora mantenete dentro di voi l’energia che avete trovato e ripetete esattamente le scene improvvisate. Solo che dovete tornare a essere degli umani e quindi sostituire il linguaggio ai ruggiti, e comportamenti sociali al predatore che voleva mangiare la preda”. Senza dargli troppo tempo per pensare, li stimolo a riprendere l’improvvisazione: ed ecco che fuoriescono azioni sceniche, personaggi e battute che funzionano alla perfezione, neanche fossero state scritte in precedenza. E quando, infine, chiedo loro di scambiarsi i ruoli e diventare l’opposto di ciò che hanno interpretato, non si tirano indietro, bensì provano gusto nell’interpretare il ruolo del prepotente (il predatore) o il debole (la preda) anche se non è a loro congeniale.
Immaginare di essere animali li ha resi liberi di lasciarsi andare all’espressività, alla sperimentazione dei ruoli e di nuovi linguaggi.



Teatroterapia: guardiamoci negli occhi

E' innegabile che per recitare insieme, ma ancor prima per comunicare, sia necessario guardarsi negli occhi. E' il primo contatto che stabiliamo con un'altra persona, e già ci fa capire una quantità di cose visto che dagli occhi dell'altro transitano le emozioni, gli stati d'animo, l'interesse o il disinteresse.


Cecilia Moreschi

Ma appena dico a un bambino affetto da ADHD, ovvero disturbo dell'attenzione, magari d'ansia o disabilità intellettiva, di guardare negli occhi l’altro, ecco che è difficile per lui riuscire a farlo per più di qualche secondo o decimo dello stesso. Occorre trovare un altro modo, occorre fornirgli una motivazione talmente potente affinché non possa farne a meno.
Troviamo un gioco allora, uno in cui per vincere sia assolutamente necessario guardarsi negli occhi. E' presto detto: il gioco dei quattro cantoni fa al caso nostro. Brevemente spiego ai miei quattro fanciulli le regole e poi mi metto anche io a giocare con loro, visto che occorre essere in cinque. Nel dettaglio, una persona sta al centro e deve rubare il posto a uno degli altri quattro, posizionati agli angoli della stanza, mentre si scambiano di posto. La regola dei quattro cantoni è che coloro che si trovano negli angoli, per scambiarsi di posto due a due, devono guardarsi negli occhi e mettersi d'accordo con lo sguardo, senza proferire parola. Si possono muovere in avanti, a destra, sinistra o in diagonale, mentre colui che sta al centro compie una continua rotazione per tenere d'occhio i movimenti degli altri.
Tutti devono osservare attentamente i compagni, se non vogliono perdere e ritrovarsi al centro, e lo sguardo corredato dalle espressioni del volto, funge tra tutti come vero e proprio veicolo comunicativo nel gioco.
Ho incontrato gli stessi bambini una settimana dopo. Ci siamo finalmente guardati negli occhi dicendo buongiorno per qualche secondo in più rispetto alla volta precedente.
Lo sguardo viene cercato, accolto, sostenuto.
Lo sguardo, la prima porta che apro a chi mi sta vicino.

Teatroterapia: stare fuori, stare dentro

Il teatro è sempre un allenamento continuo a mettere da parte se stessi per fare spazio agli altri. Gli altri intesi come il personaggio da interpretare, l’attore che recita con te, il pubblico che sta di fronte a te. Chi fa teatro è inevitabilmente allenato a stare nello stesso tempo pienamente dentro se stesso e pienamente sull’altro.
Ma è impossibile stare fuori di sé in modo armonioso se non abbiamo imparato a stare in equilibrio dentro noi stessi. E non dentro di noi nel senso delle nostre emozioni, i nostri sogni o progetti, i desideri o i pensieri. Dentro il nostro corpo, i muscoli, le ossa, il sangue che scorre, il cuore che batte, il respiro che riempie i polmoni, lo stomaco che digerisce il cornetto. Ascoltiamoci.
Sentiamo il nostro corpo, sentiamo dove poggiamo il peso, sentiamo il punto di equilibrio. Sentiamo muscoli e articolazioni. Scopriremo di avere delle contrazioni inaspettate, di non respirare a fondo, di aggrottare le sopracciglia quando non ce n’è alcun bisogno. Impareremo a fare meno fatica, a utilizzare l’energia quando e dove serve. Impareremo che allentare le tensioni è un po’ come mollare la zavorra: andiamo più leggeri. E con maggiore leggerezza, sarà più facile accogliere l’altro, vederlo in tutta la sua interezza e costruire un rapporto con lui.

Teatro ragazzi: chiudiamo gli occhi

Cecilia MoreschiVediamo, guardiamo, osserviamo.
Grazie agli occhi abbiamo accesso a una gran quantità di informazioni: com’è fatto il naso della maestra, di che colore sono gli occhi di mamma, se il mio amico ha tagliato i capelli o li ha solo spuntati un po’.
Gli occhi ci dicono se il semaforo è verde e si può attraversare, se il mare è mosso ed è meglio non tuffarsi, se qualcuno ci si avvicina sorridendo o con aria minacciosa.
Eppure...
Eppure, talvolta, questa così importante vista non potrebbe essere d’impaccio invece che d’aiuto?
Del resto, diciamolo chiaramente, sta sempre in mezzo! E se ci informa di tutto ciò che accade attorno a noi, forse spesso fa sì che ci fermiamo alla superficie delle cose e non ci permette di
notare cosa si nasconde dietro, cosa c’è in profondità.
Ecco quindi che stamattina a un gruppo di bambini chiedo di immaginare una strada trafficata, che poi dovranno “fare finta” di attraversare, recitando solo con il corpo, senza usare la voce. Naturalmente siamo in uno stanzone vuoto, non c’è assolutamente nulla se non qualche sedia addossata alle pareti.
Giulio (nome fittizio) fa lo sciocco, non ascolta, la sua attenzione è tutta presa dall’osservare i colori sulla parete, i movimenti dei compagni seduti a mo’ di pubblico. Ha sentito sì le mie parole, ma non gli ha dato importanza più di tanto. Quindi gli chiedo di chiudere gli occhi e ripeto la descrizione della strada trafficata. Ecco che il suo corpo pian piano si rilassa, e sembra quasi di vedere la sua mente in movimento che freneticamente costruisce l’ambiente nel quale tra poco realizzerà la sua scena.
Apriamo gli occhi. Giulio è pronto. Sta davvero nella situazione, recita l’attraversamento della strada in maniera assolutamente credibile.
A volte dobbiamo essere un po’ pazzi e fare il contrario di ciò che la ragione ci suggerisce. E’ stato necessario chiudere gli occhi per “vedere” una cosa che non c’è. Proprio quel che ha fatto Giulio, creando dal nulla la strada, il caos, le macchine.
Quello che non c’è.
Ci sarà.
Se da qualche parte riusciremo a vederlo.

Teatro terapia: con le mani

Cecilia MoreschiUna delle prerogative del teatro, e di qualsiasi attività che abbia a che fare con l'essere umano, è la conoscenza di se stessi. Sentirsi, sentire il proprio corpo, percepirne ogni muscolo, possibilmente isolato dagli altri. Noi siamo, abitiamo, viviamo dentro il nostro corpo. Dunque, proviamo a farci un po' amicizia. Seduti in cerchio così da poterci osservare tutti negli occhi, inizio dicendo ai miei piccoli attori: dove sono le vostre mani? E mostro le mie, all'altezza del petto con i palmi rivolti verso l'esterno. Subito i bambini mi imitano, e si divertono a "tirar fuori" ciascuno le proprie mani, rendendole visibili a tutti. Partiamo dunque: mani sulle... ginocchia! E faccio seguire l'azione alle mie parole, rallentando giusto qualche secondo così da avere il tempo
di verificare se i bambini pongono le proprie mani sulle ginocchia perché sanno esattamente dove si trovano queste ultime, o solo perché stanno imitando me. Comincio toccando parti del corpo più semplici: la pancia, la testa, le spalle. Quando tutti i bambini mi seguono, comincio con i posti meno usuali. Eccoci allora tutti intenti a toccare i polpacci, a scoprire i gomiti, fare amicizia con la fronte, solleticare i lobi delle orecchie e così via.
Adesso arriva la parte divertente. Dico una cosa e ne faccio un'altra, ad esempio dico “mani sulla testa” mentre le metto sulle orecchie. I bambini devono inibire il movimento sulle orecchie, ascoltando e facendo ciò che dico, non ciò che faccio. Ecco che stiamo lavorando anche su inibizione e attenzione selettiva.
Naturalmente, quando qualcuno si confonde, ridiamo tutti fragorosamente per sdrammatizzare, e io affermo di voler fare loro degli scherzi, per questo dico una cosa e ne faccio un’altra. Andiamo avanti qualche minuto di questo passo.
Poi divido la destra dalla sinistra, chiedendo loro di lavorare con i due emisferi cerebrali, mettendo la mano destra sulla caviglia e la sinistra sulla spalla. Una volta che tutti ci sono riusciti, li stimolo a fare il contrario, mettere la sinistra sulla caviglia e la destra sulla spalla.
Ci sono poi varie versioni del gioco: il conduttore può non dire nulla e i bambini devono imitare, oppure non fare nulla ma pronunciare la richiesta, e i piccoli dovranno ascoltare, organizzarsi e toccare l’elemento in causa.
Il gioco termina quando anche ciascuno di loro ha dato un comando e ha aspettato che tutti lo eseguissero, e le posizioni delle parti del corpo, i loro nomi, non sono più un segreto per nessuno.

Teatro e ritmo

Cecilia MoreschiAlternanza di tensione, pausa e rilassamento.
Tutto ciò su cui si basa la nostra vita.
Io respiro.
Inspiro, aspetto, espiro.
Tendo, mi fermo, rilasso
Il mio cuore batte.
Il muscolo si contrae e si rilassa, con pause più o meno lunghe a seconda di stato emotivo o azione compiuta dal corpo, ma comunque segue sempre.
Tensione, pausa, rilassamento.
E potremmo andare avanti.
Tutte le azioni compiute nella nostra vita si basano
su respiro e battito del cuore.
Ovvero su tensione, pausa, rilassamento.
E visto che il teatro è vita, allenandoci al ritmo, con i giochi del teatro ci stiamo in realtà allenando a vivere.
A cercare il nostro proprio ritmo, quello interno, quello vero.
A rallentare quando tutti corrono e andar veloci quando gli altri rallentano.
A concentrarci sul respiro, sentire l’aria che entra, come un bicchiere d’acqua fresca. E poi lasciarla uscire, che tanto tra poco aria nuova entrerà.
A trovare un ritmo su cui ballare, quando tutti intorno a noi camminano, e la musica la sentiamo solo noi.
Perché è la nostra musica, quella del battito del cuore e solo noi possiamo ballarci sopra.
A sorridere, perché siamo felici senza capire bene il perché.
Come il Piccolo Principe quando dice che l’aviatore riderà guardando le stelle, ma nessuno capirà e tutti lo prenderanno per matto.
Come hanno sempre preso per pazzi i poeti, i santi, gli artisti che vedono ciò che non si vede e ascoltano ciò che non si sente.
Respirano.
Vivono.

Teatro terapia: nel silenzio

Cecilia MoreschiNel laboratorio teatrale mi capita sempre più spesso di incontrare bambini definiti iperattivi, a volte dai loro genitori, sovente dalle maestre, più spesso dalle madri dei loro compagni.
In realtà essere affetti da A.D.H.D., ovvero non riuscire a esercitare un buon livello di autocontrollo, oltre a tempi minimi di attenzione e concentrazione, non è poi così comune, e capita di etichettare un bambino particolarmente vivace o con difficoltà d'attenzione, in questo modo.
E' pur vero però che le diagnosi o le facili etichette mi interessano relativamente e, qualora parliamo di un disturbo del genere, immaginiamo tutti un bambino che parla in continuazione, non ascolta, interrompe, non riesce a stare seduto composto, non mantiene lo sguardo su uno stesso oggetto o persona per più di un paio di secondi, fa in continuazione domande delle quali non ascolta le risposte.
Un bambino irritante, insomma, difficile da gestire soprattutto se inserito in un gruppo o classe con altri bambini, che di conseguenza necessitano dell'attenzione dell'adulto anche se non la richiedono con la stessa insistenza e convinzione del primo.
Facile perdere la pazienza, facile perdere per strada le informazioni che volevamo dare, facile perdere di vista gli altri che nel frattempo restano indietro, facile perdere un sacco di cose.
Altrettanto facile quindi riempire tutte queste perdite di parole, molte parole, un mare di parole: le sue, le nostre, quelle degli altri bambini, quelle degli altri adulti. Tutti convinti che la frase che fuoriesca dalla propria bocca sia essenziale. E allora ecco: “Insomma, smettila”, “Adesso stai zitto”, “Me lo hai già chiesto mille volte!”, “Non capisci che se continui così nessuno più vorrà giocare con te?” e così via.
Il nostro (chiamiamolo Andrea, giusto per immaginarcelo più facilmente) sa alla perfezione tutto ciò che gli adulti gli dicono. Conosce le regole, le azioni e le reazioni, le eventuali punizioni, le sgridate e i motivi dietro a queste. Non ha bisogno di tutte queste informazioni. Se non le ascolta per più di cinque minuti è perché non può esimersi dall'alzarsi dalla sedia, muoversi, parlare.
“Bene”, mi dico. “Proviamo allora a stare tutti fermi e in silenzio.”
Mentre rivolgo l'attenzione a un altro bambino, Andrea mi parla, risponde alle domande del primo, addirittura si mette fisicamente davanti a me per ottenere la mia attenzione. Pertanto smetto di parlare e di muovermi, lo guardo con dolcezza ma senza fare assolutamente niente.
Gli altri bambini e gli altri adulti seguono il mio esempio. Andrea è molto intelligente, capisce subito che c'è qualcosa di strano e si zittisce anche lui. Dopo qualche secondo di silenzio riprendo da dove avevo lasciato. Finalmente Andrea aspetta il suo turno per prendere la parola, ma quando sto per arrivare a lui, tanta è l'agitazione e l'eccitazione da costringerlo ad alzarsi dalla sedia e precedere la conversazione.
Di nuovo resto in silenzio. Il suo corpo si adegua nuovamente alla situazione. Si mette seduto composto e aspetta che sia io a iniziare il dialogo. Gli sorrido, gli dico che è bravissimo, e che so che si sta impegnando tanto. Finalmente gli faccio la domanda che lui già conosce e che aspetta ormai da almeno dieci minuti, e riesce a pronunciare la risposta al momento adeguato.
Gli sorrido, mi sorride anche lui. Sappiamo entrambi che è solo un momento, che tra poco inizierà di nuovo a parlare e a muoversi, ma per adesso ci godiamo quest'attimo di vera comunicazione e rapporto un po' più profondo di prima.
In silenzio, ci siamo guardati. In silenzio, ci siamo ascoltati. E dal silenzio riusciremo, finalmente, a parlare.

Teatro terapia: riempire lo spazio

Giovedì mattina ho lavorato con sei bambini di sette-otto anni affetti da ritardo di linguaggio, ipoacusia, ritardo cognitivo e iperattività.
Tutti elementi che poi si riflettono negli apprendimenti scolastici, scatenando performance ridotte, quando non scarse, difficoltà d'attenzione, motivazione insufficiente alla letto-scrittura.
Cominciamo a giocare, dunque. Giochiamo nello spazio, esploriamo, guardiamo, facciamo sì che diventi nostro, riuscendo a comandarlo e a gestire in esso il nostro corpo, non a esserne sopraffatti.
Cecilia Moreschi
Camminiamo nella stanza, riempiamo gli spazi vuoti. Esploriamo gli angoletti più nascosti, quelli dove non va nessuno. E quando al segnale convenuto ci dobbiamo tutti fermare, guardiamo noi stessi e gli altri nello spazio: abbiamo riempito tutta la stanza? O sono rimasti larghi spazi non occupati da nessuno, mentre siamo tutti vicini in pochi metri?
Dopo un po' di questo gioco, i bambini ci provano gusto e riempiono lo spazio in maniera omogenea. Ogni volta che fermo la camminata, ciascuno ha trovato il proprio spazio, non ha invaso e non è stato invaso da altri. Ci viene spontaneo sorridere, nella stanza c'è posto per tutti, siamo comodi, possiamo camminare liberamente senza darci fastidio.
Proviamo adesso a trasferire su un foglio (che sembra preso da uno dei loro quaderni) questa avventura. Come? Domandano i bambini; è presto detto: prendo un bel foglio A3 e affermo che è la riproduzione della stanza in cui siamo.
Ora chiedo a ciascuno di scegliere un elemento fisso della stanza, e di indicare sul foglio dove si trovi. Man mano disegno tutto quel che viene nominato ed ecco apparire il pianoforte a sinistra, le finestre a destra, il tavolo grande in fondo. Passando il foglio ai bambini, ciascuno sceglie il pennarello preferito e disegna il cerchietto di se stesso nella porzione di foglio dove ritiene che ci sia maggior spazio.
L’avventura ha dunque riprodotto lo spazio diventato nostro: la nostra stanza, i nostri amici e ciascuno di noi, in un insieme armonioso e colorato, dove c'è spazio per tutti.
Lo spazio per tutti c'era anche prima, ovviamente, ma solo ora l'abbiamo scoperto, dopo che ne abbiamo fatto esperienza e l’abbiamo rappresentata graficamente.

Teatro terapia: il contrario

Come sono affascinanti i contrari. Il bianco non esisterebbe senza il nero, il rumore non sarebbe assordante senza il silenzio, il vuoto sarebbe triste senza il pieno... e potremmo andare avanti.
Leggendo dal dizionario Treccani, contrario deriva dal latino contrarius, “che sta di fronte”. Se si tratta di un aggettivo, è in opposizione a qualcuno o qualcosa: antitetico, divergente, opposto, incompatibile, inconciliabile; ma anche che ostacola, si oppone, è avverso, nemico, sfavorevole. Tutte parole che rimandano a qualcosa di negativo. Eppure mi ha colpito la parola latina dalla quale deriva: ciò che sta di fronte. Come uno specchio, quindi. E cosa fa uno specchio? Ci mostra chi siamo e come siamo. Allora, forse, in alcuni casi, il contrario di qualcosa potrebbe aiutarci a capire maggiormente la vera essenza di quel qualcosa, a vederla meglio. E' utile, dunque.
E utilissimo mi è stato, venerdì mattina, il contrario di lento, cioè veloce.
A tre bambini affetti da ritardo di linguaggio, che parlano a voce molto bassa, mangiandosi spesso le parole, non riuscendo ad articolare correttamente e a usare i muscoli labiali per l'esatta pronuncia dei fonemi, chiedo di fare un gioco: passiamoci la palla guardandoci negli occhi, pronunciando di volta in volta il nome del compagno a cui intendiamo lanciarla. Già guardare negli occhi per qualche secondo richiede un piccolo sforzo, che si aggiunge alla memoria del nome dell'amico, ed entrambi si sommano al movimento motorio di lancio della palla nella corretta direzione e con la giusta potenza. Quante cose insieme chiediamo di fare ai nostri piccoli amici. Quante competenze diamo per scontate nella vita di tutti i giorni. Non paga di ciò, dopo qualche minuto chiedo loro anche di rallentare la parola detta e pronunciare molto lentamente il nome dell'amico. Ecco che i tre bambini si sforzano, hanno capito cosa voglio e cercano in tutti i modi di accontentarmi, ma purtroppo il loro rallentamento è davvero scarso, e la parola esce dalla loro bocca pressoché uguale a prima. Non so davvero come cavarmela per ottenere da loro un rallentamento senza stressarli troppo, quando il contrario arriva in mio soccorso: veloce è il contrario di lento. Benissimo allora: cominciamo a pronunciare i nome velocemente (che risulta anche molto più divertente) facendo bene attenzione che i nostri protagonisti abbiano chiaro in mente cosa gli sto chiedendo: eseguire lo stesso il gioco nella modalità contraria alla precedente.
Ecco che il contrario compie il miracolo: le parole dette con velocità escono fuori da sole, anche il lancio della palla ha più forza ed è più preciso. E dopo qualche minuto, quando facciamo di nuovo il contrario e torniamo alla lentezza, il loro corpo rallenta il ritmo dell'eloquio e del lancio in maniera del tutto armoniosa, quasi naturale, direi quasi senza sforzo.
Il “veloce” si è messo di fronte al “lento”, lo ha guardato negli occhi, lo ha rinforzato, ha fatto sì che avesse contorni meglio definiti. E ha permesso a loro tre di afferrarlo, di impossessarsene, di giocarci e divertirsi, senza fatica. Proprio ciò che dovrebbero fare i bambini per crescere.

Teatro terapia: osservazione esercizi e giochi

Cecilia MoreschiL'osservazione della realtà che ci circonda è uno degli step necessari a un completo e funzionale inserimento nel contesto in cui viviamo. Per questo uno dei giochi che propongo maggiormente ai bambini affetti da DSA o da disturbo dell'attenzione è "Osserviamo camminando la stanza in cui siamo. Ci sono tanti oggetti, tanti colori, mobili e accessori. Proviamo a guardarli con attenzione e tenerli a mente".
Dopo qualche secondo di silenzio, in cui ciascuno cammina nello spazio con gli occhi bene aperti, mi avvicino a uno dei ragazzi e all' improvviso gli chiudo gli occhi e gli faccio una domanda, per esempio su cosa c'è sul tavolo sotto la finestra. Gli altri comprendono subito che tra poco anche a loro toccherà rispondere a una domanda molto simile e pongono maggiore attenzione di prima agli oggetti
presenti sui tavoli (ora sanno perché devono osservare: per rispondere correttamente alle mie domande e non sfigurare davanti al gruppo. Quindi osservano davvero solo adesso, la motivazione aumenta e migliora la prestazione in maniera esponenziale).
Naturalmente le mie prossime domande sono di natura diversa: chiedo il colore o la quantità, non più la natura degli oggetti sui tavoli. Man mano si apre pertanto il ventaglio delle informazioni che i loro occhi guardano e la loro mente ricorda, e ora sono soddisfatti di rispondere ai miei quesiti, anche i più insidiosi.
Ci fermiamo poi a riflettere su quante domande si possono fare relative a ciò che c'è in una stanza (le forme degli oggetti, il colore, la quantità, la posizione, la funzione, la presenza o l'assenza...) e chiedo loro a cosa serve l'osservazione quando ci troviamo a recitare sul palco: a sapere se andare a destra o a sinistra, risponde Marco (come ricordo sempre, uso nomi di fantasia). A prendere gli oggetti giusti, aggiunge Jack. A mettermi nella posizione corretta, afferma Carola, che l'anno scorso si ritrovò improvvisamente di spalle senza sapere perché.
E nella vita di tutti i giorni a cosa serve l'osservazione? Ad accorgerci se stiamo per pestare la cacca di un cane, esclama Antonio ridendo. E sulle risate di tutti ci salutiamo con la promessa di continuare la prossima volta.