Recitare è come preparare un panino

Conduco un laboratorio con una quinta elementare.
I bambini hanno iniziato da poco a divertirsi con il bellissimo gioco del teatro, ma hanno mostrato fin da subito entusiasmo e partecipazione non comune. Dopo un momento di rilassamento, concentrazione, propriocezione, stiamo per lanciarci nell’improvvisazione guidata e condivisa, nella quale tutti recitano (con il solo ausilio del corpo) una piccola storia in sequenza che narro a voce alta.
Il primo elemento su cui devono lavorare è che "fa freddo". Immediatamente i loro piccoli corpi interpretano senza fatica la sensazione del freddo. Vado avanti, e dico loro che stanno "camminando sul marciapiede". Qualcuno mantiene l’espressività del freddo, alla quale aggiunge solo l’atto del camminare. Ma in parecchi lo dimenticano completamente e interpretano una piacevole camminata, sorridendo, come se fossero in un bel prato o in una serena giornata senza nubi. “Adesso fermiamoci”, dico loro. “Nello sforzo di
Cecilia Moreschi
recitare la camminata sul marciapiede, avete dimenticato che innanzi tutto avevate freddo. Il freddo ve lo siete perso per strada”.
“Giusto!” riconoscono i ragazzi, ridendo. Ed ecco che in meno di un secondo i loro corpi interpretano nuovamente l’aver freddo e vi aggiungono l’azione del camminare.
“Ma non è una camminata qualunque”, proseguo, “avete una cosa da fare, un compito da svolgere”. Di nuovo il corpo dei bambini, che vive sempre nell’attimo presente, nel qui e ora, esprime benissimo la concentrazione di aver qualcosa da compiere, perdendosi un po’ della camminata e molto del freddo. Li interrompo di nuovo, chiedo loro di rilassarsi e di riflettere con me: la recitazione è come farcire un panino. All’inizio abbiamo solo il pane (il nostro corpo), pronto per essere imbottito (pronto per recitare). Cominciamo mettendoci una foglia d’insalata (il freddo), ma ancora non è molto appetitoso. Allora aggiungiamo una fetta di prosciutto (la camminata), poi un po’ di formaggio (avere un affare da sbrigare), magari anche della maionese (mentre camminiamo si verifica un intoppo, che ci fa sbuffare e perdere tempo) e per chi vuole delle olive saporite a rendere il tutto ancor più buono (ci affrettiamo perché si sta facendo tardi e dobbiamo assolutamente fare quella cosa).
Ai bambini piace molto la metafora del panino, continuano a utilizzarla con me e fra loro, immaginando di aggiungere burro, noci e marmellata o hamburger, sottiletta, ketchup e maionese. La cosa importante è che hanno perfettamente compreso che recitare è sommare, non sostituire. Ogni nuova situazione si somma alle precedenti, non si sostituisce a esse, rendendo sempre più ricca e interessante la nostra esperienza nello spazio scenico e verso il pubblico.

Presentazione libro alla scuola Montessori

Prosegue il mini tour di presentazioni del mio nuovo libro Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura,
WriteUp Site Edizioni.
Dopo la Libreria Ubik di Monterotondo, la Libreria Teatro Tlon e la Libreria Rinascia di Roma, racconterò del lavoro che ha portato alla creazione del testo insieme alla responsabile della casa editrice in una delle scuole Montessori della capitale:

Sabato 27 novembre ore 17
Scuola VII Circolo Montessori
Aula polifunzionale
Via Santa Maria Goretti, 41 - Roma

Cosa vuol dire fare teatro?

Comincio un laboratorio teatrale con una nuova classe. Per conoscere i bambini, oltre al loro nome, chiedo a tutti se sanno cosa stiamo per fare.
Alcuni reagiscono con entusiasmo, esclamando: "Teatro!". "Benissimo", rispondo. "E cosa vuol dire secondo voi fare teatro? "
Ecco che i visetti si fanno improvvisamente seri, concentrati nello sforzo di trovare una risposta a questa mia strana domanda. Qualcuno timidamente dice qualcosa, qualcun altro ne ride. Spiego loro che tutto ciò che diranno andrà bene, che non ci sono risposte sbagliate a questa domanda. Anzi, sono tutte giuste. Non è come la matematica, in cui due più due non può fare diciotto.
Parla ancora qualcun altro, mentre la fronte aggrottata della bimba accanto a me mi comunica un intenso sforzo di ragionamento.
Cecilia Moreschi
"Ci sono!" Esclama a un tratto. "Il teatro è libertà". "Bellissimo", dico io. "E come hai avuto questa intuizione?".
"Facile", risponde. "Se in matematica due più due non può fare diciotto, ma invece a teatro sì, allora vuol dire che a teatro tutto è permesso. Che a teatro siamo liberi".
Una bambina di seconda elementare. Geniale.

Fare di più equivale a fare meglio?

Venerdì pomeriggio.
Conduco un laboratorio teatrale con 19 bambini di una quinta elementare. È la nostra prima lezione, i giovani allievi provano un insieme di emozioni esplosive: entusiasmo misto a curiosità, desiderio di mettersi alla prova condito da un pizzico di timidezza e d’imbarazzo di poter sfigurare davanti agli amici. Ma visto che l’ingrediente maggiore è proprio l’entusiasmo, iniziamo subito a “giocare al teatro”, a “fare finta”, a immaginare luoghi e situazioni.
Forse però i bambini credevano di partire chissà con quali elementi fantastici già dalla prima volta, e restano un po’ delusi quando chiedo loro di camminare semplicemente. Qualcuno proprio non ce la fa a contenere la propria energia e mentre cammina si mette a ballare, qualcun altro fa smorfie buffe in direzione dei compagni, un terzo senza rendersi conto, realizza una camminata pregna d’emozione. Li fermo, faccio in modo che si ascoltino,
Cecilia Moreschi
che si guardino. Che si concentrino dentro se stessi, e che riescano soltanto a camminare. Non c’è alcun bisogno di fare di più, nessuno ha richiesto di fare altro.
I bambini sono recettivi e sensibili, comprendono immediatamente. Camminano, e vedo i loro corpi rilassarsi impercettibilmente e godersi la passeggiata un po’ di più. Trascorso qualche minuto, inserisco un’immagine alla quale i loro corpi reagiscono subito: è una bella giornata di sole. Anche stavolta c’è chi fa troppo, chi fa una cosa incongrua, chi interpreta questa giornata di sole come si trovasse in un arido deserto senza una goccia d’acqua. Di nuovo li fermo, riflettiamo insieme. Chiedo loro di ascoltarmi e di recitare pian piano, per gradi. Di non fare troppo, di non utilizzare energie non richieste, bensì incanalarle in un’immagine anche piccola o semplice.
Di nuovo i bambini percepiscono immediatamente, si concentrano, si pongono in ascolto di se stessi, sono eccezionali.
Ma una riflessione a questo punto si fa strada in me: e se fossimo noi adulti a veicolare il messaggio che fare di più equivale a fare meglio? Che più fai e più sei bravo? Che non devi vivere l’attimo presente, fatto a volte anche di cose piccole e banali, ma essere già proiettato in ciò che arriverà dopo?

Lo spettacolo teatrale e l'organizzazione spazio-temporale

La messinscena di uno spettacolo teatrale è naturalmente il punto d'arrivo, il momento più importante nell'ambito del laboratorio di drammatizzazione. E, come tutti sappiamo, mentre un piccolo gruppo di bambini recita la propria scena, gli altri sono dietro le quinte o nel camerino a cambiarsi d'abito, in attesa di salire sul palco nelle scene successive. Ciò che avviene sotto i riflettori è quello che tutti vedono. Ma non è più importante di ciò che invece nessuno vede, quel che accade nel semibuio dello stanzino o del retro palco, in cui i ragazzi in pochi secondi devono preparare se stessi, i loro vestiti e gli oggetti per le scene che si susseguono sul palco.
Un esempio efficace di tutto questo l’ho vissuto con i ragazzi di una quinta elementare che metteva in scena tre storie tratte da Marcovaldo di Italo Calvino. Tutti i
Cecilia Moreschi
giovani attori erano coinvolti nei tre atti unici, di conseguenza oltre a tenere a mente il copione, le entrate e le uscite, l'espressività e i movimenti scenici, dovevano:
• organizzare ciascuno i propri vestiti della seconda e della terza scena, visto che avevano indosso solo quelli della prima
• organizzare gli oggetti da portare in scena, qualora non fossero già sul palco
• sistemare il tutto in un posticino dell'esiguo retro palco, in modo che fosse agevole e veloce togliere i vestiti già usati e indossare i nuovi
• non mescolare i propri elementi con quelli degli altri
Dopo una mezz'ora in cui avevo chiesto loro di figurarsi mentalmente ciascuno le proprie cose e i vari cambi, ho domandato (e ottenuto) che in completa autonomia disponessero tutto questo nell'ordine corretto, senza l'aiuto degli adulti.
I bambini sono stati perfettamente in grado di allestire il tutto e barcamenarsi al momento dello spettacolo vero e proprio, dove, come ben sappiamo, l'emozione di salire sul palco davanti al pubblico può generare una discreta dose di ansia. Alcune delle ragazze hanno persino trovato il tempo di pettinarsi i capelli in modo diverso tra una scena e l'altra.
Pertanto, tramite lo spettacolo teatrale, ogni giovane attore ha lavorato non solo su tutti i prerequisiti necessari alla recitazione, ma anche e soprattutto sulla propria autonomia e organizzazione spazio-temporale.

Un mio articolo su State of Mind

Un mio articolo dal titolo C’era una volta… a teatro e L’isola di Shakespeare – Un viaggio nella Logoteatroterapia è stato pubblicato sull'autorevole giornale delle scienze psicologiche State of Mind.

Foto dalle presentazioni del libro Teatro a scuola

Alcune immagini dalle presentazioni del mio nuovo libro Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura:

Libreria Ubik, Monterotondo, Sabato 21 settembre 2019
Libreria Ubik, Monterotondo, Sabato 21 settembre 2019

Libreria Teatro Tlon, Sabato 28 settembre 2019
Libreria Teatro Tlon, Sabato 28 settembre 2019
Libreria Teatro Tlon, Sabato 28 settembre 2019
Libreria Rinascita 2.0, Sabato 26 ottobre 2019
Libreria Rinascita 2.0, Sabato 26 ottobre 2019
Libreria Rinascita 2.0, Sabato 26 ottobre 2019

Presentazione letteraria del nuovo libro: le prossime date

Ecco le prossime date del mini tour per l'uscita del mio nuovo libro Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura, WriteUp Site Editrice:

Sabato 21 settembre
ore 18.30
Libreria Ubik
Via Adige, 2, Monterotondo


Sabato 28 settembre
ore 18.30
Libreria teatro Tlon
Via Federico Nansen, 14, Roma



Sabato 26 ottobre
ore 18.30
Libreria Rinascita
Via Dignano d'Istria, 37
Quartiere Pigneto, Roma





Teatro ragazzi: metafore

All’interno del laboratorio teatrale, subito prima di iniziare un nuovo gioco, lo spiego con poche semplici parole, affinché sappiano cosa andremo a fare e che quel gioco sarà utile alla gestione dello spazio, all’espressività o magari alla prosodia.
Spesso l’utilizzo di metafore mi viene in soccorso per far comprendere anche concetti piuttosto complessi. Per esempio, prima di iniziare lo scioglimento corporale che prevede il lento movimento di ogni parte del corpo tramite rotazioni, dalla testa, al collo alle spalle e così via, mi sono trovata a raccontare loro che la figura umana è come la macchina di mamma o papà: è composta di tanti pezzi autonomi e con funzioni precise, tipo il freno, le ruote, i tergicristalli, e il tutto funziona solo quando tutti i componenti del motore sono in perfetta forma e si muovono tutti insieme. Come la mamma o il papà una volta l’anno portano la macchina dal meccanico per controllare che sia tutta a posto, ora anche noi faremo lo
Cecilia Moreschi
stesso con il nostro corpo: ne controlleremo pezzetto per pezzetto ( le sopracciglia si muovono? La bocca? I polsi? E i gomiti, come stanno?) e solo quando siamo certi che stiano bene e si muovano in ogni direzione richiesta, potremo cominciare ad avanzare nello spazio, inserendo le camminate.
Di metafore come questa se ne possono inventare a centinaia. Il nostro corpo è quindi un pezzetto di DAS che dev’essere manipolato e riscaldato prima di poter creare qualcosa di bello. Il nostro corpo è la classe al campo scuola, che sta ancora dormendo e pian piano dobbiamo svegliare tutti. E così via.
I ragazzi stessi, dopo qualche settimana in cui si sono divertiti ad ascoltare i vari esempi o le metafore che precedono di volta in volta il gioco o l’attività, spesso arrivano a inventarne di proprie, decontestualizzando l’accezione dell’esercizio che stanno per fare e inserendola in un nuovo ambito, dove però il suo intrinseco significato resta invariato.
In questo modo non solo li abituiamo alla profondità del pensiero, alla riflessione, al dialogo, ma a livello ancor più profondo li stiamo aiutando a compiere una trasposizione simbolica di immagini, tanto importante per ogni tipo di apprendimento. Immagini di forte e immediata carica espressiva, che accompagnano l’esperienza su un altro piano e la riportano indietro, subito prima di andare a viverla corporalmente.