Foto dalle presentazioni del libro Logoteatroterapia

Lo scorso 23 ottobre, nella splendida cornice della Libreria Eli di Roma, è iniziato il mini tour di presentazione del mio nuovo libro Logoteatroterapia. Il teatro per le disabilità della comunicazione. Nell'occasione ho avuto modo di raccontare il mio lavoro con mascherine, distanziamento e tutti gli accorgimenti necessari al momento che stiamo vivendo. Al cospetto di un pubblico attento e partecipe, ho brevemente esposto come è nata la Logoteatroterapia, quali sono state le discipline che l’hanno preceduta, in che modo fare teatro a qualsiasi età esercita automaticamente innumerevoli competenze. Nella Logoteatroterapia, l’accento è posto sul linguaggio verbale e non verbale, sulla comunicazione. Per questo la disciplina è in special modo rivolta a tutti coloro che presentano più o meno lievi difficoltà in questo ambito: da una conclamata disabilità come potrebbe essere l’ipoacusia, a lievi difficoltà come l’arrossire in pubblico, mangiarsi le parole, non riuscire a prendere l’iniziativa per esprimere i propri pensieri e così via. La Logoteatroterapia esercita esattamente le varie competenze necessarie a veicolare un messaggio, a entrare in armoniosa relazione con l’altro, partendo dal contatto oculare fino ad arrivare all’elaborazione del linguaggio congruo e contestuale. L’essere umano è innanzi tutto un essere sociale. Nasce in una piccola società, la famiglia, e man mano che cresce sperimenta relazioni di tutti i tipi con una sempre maggiore moltitudine di esseri umani diversi da lui. Le capacità comunicative giocano un ruolo fondamentale negli aspetti relazionali della sua vita: più l’individuo è in grado di instaurare rapporti autentici e profondi, provando il giusto grado di empatia così da comprendere l’altro e farsi a sua volta comprendere, maggiore sarà il suo grado di realizzazione personale e felicità. Ringrazio la casa editrice WriteUp Site per aver creduto in questo progetto; la Libreria Eli per l’ospitalità, ma soprattutto tutti coloro che sono intervenuti.

Ecco alcune immagini dalla serata del 23 ottobre alla libreria Eli di Roma:

Cecilia Moreschi

Cecilia Moreschi

Cecilia Moreschi

 

 

 

Presentazione letteraria del libro Logoteatroterapia. Il teatro per le disabilità della comunicazione

Inizia ufficialmente il mini tour di presentazioni del mio nuovo libro: Logoteatroterapia. Il teatro per le disabilità della comunicazione, WriteUp Site Editore, in uscita il 9 ottobre.

La prima presentazione avrà luogo venerdì 23 ottobre alle 18 presso la Libreria Eli di Roma (prenotazione obbligatoria)



Il teatro e la comunità

Spesso mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che nell’età evolutiva il teatro è un potentissimo strumento per molteplici aspetti, di varia natura ma equivalente importanza. Laddove un laboratorio teatrale sia svolto con bambini e ragazzi, esso non ha come prima finalità la formazione di lavoratori dello spettacolo, bensì di fornire agli allievi un’altissima esperienza di formazione e di crescita.
Tutti i professionisti del settore sono d’accordo nel ritenere che il teatro ragazzi o la teatroterapia abilitino a una maggiore competenza comunicativa, unita a una più profonda conoscenza di se stessi; alla consapevolezza e successiva espressione di emozioni e sentimenti; al “mettersi nei panni dell’altro”, allenando facoltà empatiche e relazionali; a superare timidezza, introversione o (al contrario) imparare a non pretendere di essere perennemente il centro
Cecilia Moreschi
dell’attenzione altrui; ad ampliare il proprio bagaglio culturale, aumentando il vocabolario e approfondendo il pensiero, e così via. Gli obiettivi su cui si lavora sono davvero innumerevoli e tutti rivestono eguale importanza. Per tutti questi motivi è davvero necessario che ciascun bambino o ragazzo, almeno una volta nella sua vita, possa fare teatro.
E anche se tutto questo è già un’enormità, gli aspetti sui quali lavora il teatro ragazzi non sono di certo finiti qui.
Lavoro con il teatro ragazzi da quasi venticinque anni e col tempo ho avuto modo di sperimentare, ogni giorno con maggiore intensità, l’incredibile potenza del mezzo che sto utilizzando, tanto che quest’ultimo agisce inevitabilmente sulla costruzione di esseri umani più maturi e consapevoli, che imparano a sentirsi parte di una comunità e a comprendere che ciascuna azione che compiono ha un effetto sugli esseri umani che vivono loro accanto. E tale effetto può essere positivo o negativo. Vediamo come.
Siamo a teatro, stiamo provando lo spettacolo di cui i giovani attori hanno già ricevuto il copione. Uno di loro non ha avuto tempo o ha dimenticato di memorizzare la propria parte; inevitabilmente la prova della sua scena è compromessa, deve essere rimandata alla volta successiva. Il ragazzo che non ha studiato non ha recato danno solo a se stesso, ma anche agli altri attori della suddetta scena, i quali si vedono privati della possibilità di provare a causa sua. Al contrario, l’attore che si è preparato con scrupolosa attenzione, mette i suoi compagni a proprio agio, li aiuta quando dimenticano una parola, è pronto a improvvisare perché conosce la scena a menadito. Quindi tutti non vedono l’ora di recitare nella stessa scena con lui.
Spesso ho fatto ai ragazzi questo esempio: non studiare la parte equivale a rovinare la prova di tutti. Ciascuno di noi è un frammento di un tutto unico e le nostre azioni ricadono sugli altri. Quando siete in classe e la professoressa vi interroga, anche il vostro prendere un brutto voto può avere conseguenze sui compagni: la professoressa si inalbera (nessun insegnante è contento di mettere brutti voti) e la sua irritazione può a volte ricadere sul compagno interrogato subito dopo, che magari risponde male a un’unica domanda e viene mandato immediatamente a posto.
Il teatro, come tutte le arti, è anche una rielaborazione della vita stessa.
Usiamolo sempre più come metafora di una corretta e armoniosa vita nella comunità di cui facciamo parte.

Nuovo libro: Logoteatroterapia. Il teatro per le disabilità della comunicazione

Con grande piacere annuncio l'uscita del mio prossimo libro: Logoteatroterapia. Il teatro per le disabilità della comunicazione, WriteUp Site Edizioni, in vendita dal 9 ottobre.


Introduzione:
Logoteatroterapia, una parola lunghissima, anche difficile per certi versi, che ha però il dono di racchiudere un'esperienza sul campo densa di esperienze uniche, quelle della sua ideatrice Cecilia Moreschi. Il manuale, teorico e fondativo della disciplina, intende trasmettere le sue pratiche e le sue riflessioni vòlte all'utilizzo del teatro nella cura delle disabilità. Una sfida apparentemente impossibile che l'ideatrice applica tutti i giorni nelle scuole, nei centri di riabilitazione, con i piccolissimi e con gli adolescenti: un metodo che consentirà alle/agli insegnanti e agli/alle operatrici del settore di utilizzare il teatro non solo per imparare a gestire l'emotività, ma anche per intervenire in maniera efficace su una serie di patologie legate alla sfera della comunicazione e dell'apprendimento. La Logoteatroterapia, partendo da semplici tecniche di rilassamento, fino ad arrivare a un vero e proprio training per la recitazione, aiuta i piccoli pazienti ad acquisire autostima, consapevolezza, fiducia in se stessi, ed una insolita voglia di vivere.

Logoteatroterapia. Il teatro per le disabilità della comunicazione
Editore: WriteUp Site
EAN: 9788885629912
ISBN: 8885629911

In vendita in tutte le librerie o se preferisci acquistarlo online:
IBS
Feltrinelli
Libreriauniversitaria
 

Il teatro racconta la vita

Qualche giorno fa incontro in video chiamata due classi quinte di una scuola dell’Emilia Romagna, con Francesca Pagano, direttrice editoriale di WriteUp Books, casa editrice del mio ultimo libro, Teatro a scuola. Recitiamo con i classici della letteratura.
Bambini meravigliosi, visi attenti e occhi spalancati capaci di grandi sorrisi e altrettanta concentrazione. Insieme ai loro bravissimi
Cecilia Moreschi
insegnanti, parliamo della bellezza e del valore di fare teatro a scuola. Mi raccontano le preziose esperienze che li hanno visti protagonisti, ascoltano i racconti del mio lavoro, fanno domande.
Negli ultimi minuti propongo loro un gioco. Abbiamo tutti a disposizione una matita. Bene, facciamo finta che si trasformi in qualcos’altro. Prima regola del teatro: tutto è possibile! Seconda regola: quel “tutto” deve essere credibile. Pertanto io devo credere davvero che la matita sia ora una spada, un termometro, una cannuccia, una bacchetta magica...
Senza bisogno di dire niente, i ragazzi corredano la trasformazione di mimica facciale adeguata e azioni sceniche che precedono o seguono l’utilizzo dell’oggetto scelto. Perfino davanti allo schermo del pc, recitano senza sforzo come attori consumati. Basta fare finta e il gioco è fatto. I bambini sanno benissimo che la matita non è un mascara. Ma basta crederci per riprodurre senza sforzo le stesse azioni vere che faremmo nella vita, e che qui diventano teatro in quanto realizzate di fronte a un pubblico che guarda.
Perché il teatro è l’arte che più di ogni altra ci racconta la vita. Basta crederci per creare ogni volta una nuova storia.

Teatro a scuola vs Coronavirus: non arrendersi mai

5 marzo 2020: Ultimo giorno di scuola

Ho salutato gli alunni della scuola primaria dove conduco il laboratorio teatrale con la certezza di rivederli presto, magari una decina di giorni di più tardi. Le maestre si sono raccomandate che ciascuno di loro portasse a casa il copione dello spettacolo su cui stavamo lavorando, in modo da ripassarlo ed essere pronti ad andare in scena nelle date previste.
Nel 2020 ricorre il centenario della nascita di Gianni Rodari. Per questo motivo avevo incentrato tutte le performances sui testi del grande scrittore scomparso troppo presto. In particolare, alle quattro classi quinte avevo prima letto e poi creato con loro la drammaturgia di altrettanti racconti lunghi di Rodari: La torta in cielo, Gip nel televisore, C’era due volte il barone Lamberto, Gelsomino nel paese dei bugiardi.
Oltre a essere oltremodo ironico e divertente, ciascuno di essi veicola messaggi di pace, amicizia, solidarietà, verità. Avevamo già fissato le date degli spettacoli, alle quali mancavano poche settimane.
“Al massimo dovremo spostare gli spettacoli di qualche giorno”, ho ingenuamente pensato quel
cecilia moreschi
mercoledì pomeriggio, “...ma di certo andremo in scena, come abbiamo fatto ogni anno. I ragazzi saliranno sul palco e mostreranno a genitori, parenti e insegnanti, il loro talento. Come sempre ricorderanno tutto o quasi, ma sapranno cavarsela egregiamente anche se dovesse accadere un imprevisto di qualsiasi genere: dalla battuta dimenticata al vestito sbagliato, dall’oggetto introvabile dietro le quinte alla musica che non parte. Faranno emozionare e ridere il pubblico, sospirare e riflettere. E infine scrosceranno gli applausi, le risate, le lacrime… Già, perché fanno tutti la quinta e questo sarà l’ultimo spettacolo insieme, l’ultimo anno della scuola primaria, gli ultimi momenti in cui permettersi di essere ancora bambini...”
Questo era ciò che pensavo, quel 5 marzo. Ero convinta che tutto si sarebbe svolto come al solito solo per il fatto che da più di vent’anni porto in scena bambini e ragazzi al termine del laboratorio teatrale, e davo per scontato che sarebbe sempre stato così. Ci ha pensato un virus minuscolo quanto letale a ribaltare tutto, e ricordarci quanto sia folle credere di avere il totale controllo sulla nostra vita.


15 marzo 2020: A scuola non si torna fino ad aprile, poi si vedrà...

Comincia a farsi strada in me l’ipotesi che forse a scuola non si tornerà fino al prossimo settembre. Ma anche se agli alunni fosse concesso rientrare in classe, di certo non sarà possibile riempire di almeno cento persone il teatro della scuola: ergo, è altamente probabile che non potrò portare sul palco i miei giovani attori. È davvero un peccato, soprattutto per i ragazzi di quinta. Il prossimo anno saranno alle scuole medie, non li vedrò più e tutto il lavoro fatto con loro quest’anno andrà irrimediabilmente perduto. A meno che…


2 aprile 2020: Niente scuola fino a Pasqua. Poi si vedrà...

… a meno che non trovi un’altra strada per permettere ai ragazzi di recitare e realizzare i quattro spettacoli, uno per ogni classe. È innegabile che il virus ci abbia messo degli ostacoli, ci abbia impedito di realizzare molti dei progetti che avevamo. Ma non permettiamogli di toglierci tutto; impariamo a utilizzare le risorse che abbiamo per trovare nuove strade, nuovi percorsi.
Infatti per fare teatro un’altra strada c’è: si può recitare anche in video.
Anche se occorre ricominciare da capo, anche se sarà necessario mettersi in gioco in un modo nuovo e mai sperimentato prima d’ora, mi lascio trascinare dall’entusiasmo e dalla voglia di non arrendermi.
Informo la mia collaboratrice Alessandra Sartori e le maestre della mia idea: ne sono entusiaste. A loro volta riferiscono ai genitori, che si dicono tutti d’accordo. Quindi riscrivo da capo i quattro copioni, trasformandoli in una sequenza di monologhi. Ciascun attore mantiene il personaggio già scelto in precedenza, ma si trova a recitare un monologo di circa 40/50 secondi tramite il quale narra la storia e introduce l’attore che viene successivamente. Anche questi narra un altro frammento della vicenda e introduce il prossimo e così via. Nel montaggio finale di tutti i video inserisco alcune scritte per comprendere meglio la storia e alla fine una carrellata delle foto dei nostri meravigliosi ragazzi e delle loro eccezionali maestre.
I genitori di 88 ragazzi di quinta rispondono con entusiasmo e creatività, realizzando costumi e a volte persino scenografie casalinghe ma non per questo meno belle; riprendono i loro figli che in breve tempo hanno imparato il nuovo pezzo e vi hanno aggiunto espressività e prosodia in totale autonomia (non posso essere accanto a loro per suggerire come recitare, ma non serve!) e mi inviano il risultato.
Procedo con il montaggio delle quattro storie e il risultato è sorprendente.


Inizio maggio 2020: É ufficiale. La scuola non riprende

I quattro video sono pronti, li invio alle rispettive maestre che li condivideranno con i propri genitori. Una volta visti, le maestre sono commosse e sorprese di tanta bravura, attenzione al dettaglio, creatività, pur nelle difficili condizioni in cui ogni allievo ha realizzato la propria parte. L’entusiasmo dei ragazzi traspare persino dallo schermo del pc in cui vediamo il video. Quest’ultimo resterà sempre come ricordo di quest’anno, regalo di ciascuno per tutti.


Il COVID-19 ci ha tolto tanto e chissà ancora quante cose ci toglierà: tempo, aria aperta, sport, opportunità, amici, relazioni.
Ma ci ha anche insegnato una cosa fondamentale: a non arrenderci.
Mai.

Un mio articolo sul teatro pubblicato su Città Nuova

Sono molto contenta di sapere che un mio articolo sul teatro dal titolo "Il teatro è vita" è stato pubblicato oggi sulla rivista Città Nuova.

Tutte le arti sono espressione di armonia e di bellezza. Sono la fuoriuscita di quel che abbiamo dentro, la sublimazione di pulsioni che a volte non riusciamo a spiegarci, di forti e improvvise emozioni e danno forma all’imprescindibile necessità di condividere con l’altro ciò che porto dentro il cuore.
Ma oltre a ciò, l’arte educa, l’arte parla. E non solo quando ne siamo fruitori (se vediamo un bel quadro o un film particolarmente appassionante) ma ancor più quando siamo noi i protagonisti, quando facciamo arte. Nella mia vita ho conosciuto un poco la musica, pochissimo la danza, quasi per niente l’arte plastico-figurativa. Nella mia vita ho fatto teatro (leggi anche Logoteatroterapia). Pertanto è del teatro che voglio parlare.

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Fare teatro in casa: basta un cappello

Spesso mi sono ritrovata a riflettere sul fatto che non occorre nulla per fare teatro: bastano il nostro corpo, la voce, e la voglia di mettersi in gioco e sperimentare cose nuove.
Pertanto, visto che al momento la maggior parte della popolazione è costretta a casa a causa del Coronavirus, proviamo a trovare semplici giochi teatrali da fare anche nella propria cameretta. Assaporeremo nuovi modi per divertirci, senza neppure l’imbarazzo del doverlo fare davanti a un pubblico: al massimo avremo la mamma e il papà come spettatori. Anzi, coinvolgiamo anche loro, chissà che non si divertano quanto (e magari anche più) dei loro figli.
Per fare teatro basta essere in due. Chi ha almeno
Cecilia Moreschi
un fratello o una sorella è già sulla buona strada. Chi è figlio unico può chiamare uno dei due genitori, che stavolta non potrà davvero esimersi.
Un semplicissimo gioco da fare è quello del cappello. Troviamo in casa un cappello qualsiasi, anche vecchio e brutto. Poniamolo al centro della stanza. Ciascuno dei partecipanti deve pensare a un qualsiasi personaggio da interpretare, e una volta avuta un’idea, indosserà il cappello e comincerà a camminare e agire come fosse quel personaggio. Appena tolto il cappello, si torna a essere se stessi. Il cappello quindi funziona un po’ come una bacchetta magica, ci permette di essere altro da noi per qualche minuto e poi ci fa tornare esattamente come siamo. Naturalmente gli altri dovranno indovinare il personaggio.
Si possono introdurre le battute oppure restare in silenzio e mimare soltanto. Si può procedere per categorie, scegliendo di interpretare solo personaggi delle favole, personaggi dei film Marvel, persone che conosciamo, parenti, mostri, mestieri… tutto ciò che la fantasia ci suggerisce.
È un gioco semplice ma divertente, che mette in moto il corpo facendogli compiere azioni extraquotidiane, e stimola la fantasia, la memoria, la creatività.

Per fare teatro non serve nulla oltre a noi stessi

Giorni fa conduco un laboratorio di improvvisazione teatrale con un gruppo di adulti di varie età, diverse professioni e provenienze. Conosco solo i loro nomi, non so quale lavoro svolgano, quali passioni abbiano, dove abitino e così via. Eppure grazie al teatro, la comunicazione tra noi è stata vera, profonda, fatta di piccole e grandi cose in cui ciascuno ha narrato qualcosa di sé, ha conosciuto gli altri e persino scoperto parti di se stesso che ignorava.
Mentre ci stavamo concentrando, liberando il corpo da tensioni e stress, stanchezza accumulata durante la giornata (qualcuno ha detto: durante tutta la settimana!) riflettevo con loro sul fatto che
Cecilia Moreschi
per fare teatro non serve assolutamente niente. Non occorrono tele e pennelli, strumenti musicali, essere dotati di grazia e agilità, scarpette da ballo, o una bella voce intonata. La natura ha già fornito all’essere umano tutto ciò che gli occorre per fare teatro: il corpo, la voce, e la capacità di entrare in relazione con l’altro accanto a me.
Ecco, abbiamo tutto ciò che ci serve: ora occorre solo un pizzico di coraggio, per lasciarsi andare e buttarsi in questa splendida avventura.