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Teatro Ragazzi e il beneficio di rispecchiarsi negli altri

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Alcuni anni fa incontro Flavia (la chiameremo così). Per una serie di vicissitudini familiari, ha seguito gli studi in maniera assolutamente discontinua negli ultimi due anni. Ha cambiato spesso città, istituto, compagni; si è inoltre assentata spesso, purtroppo, a causa di malattie e imprevisti. Il risultato è una ragazza allegra e simpatica, sorridente e arguta ma incapace di contenere la sua effervescente energia. Quest’ultima dunque si riverbera in parole, commenti, risatine, battute e quant’altro; Flavia spesso parla al docente, che magari sta fornendo una spiegazione al gruppo e quindi necessiterebbe di tutta l’attenzione disponibile. Mi accorgo ben presto che non si rivolge ai compagni con i suoi discorsi; non desidera ottenere complicità e assenso da loro; semplicemente ancora non ha strutturato la capacità di inibire il suo eloquio, di comprendere quando è il momento di parlare e quando no, e soprattutto il fatto che il suo “linguaggio interno” magistralmente descritto da Lev Vygotskij, dovrebbe per l’appunto restare interno, dentro la sua mente e i suoi pensieri, non pronunciato ad alta voce. 
In che modo, mi chiedo, il teatro può essergli d’aiuto? Tra poco lavoreremo sulla relazione, l’empatia, il rapporto con il gruppo dei pari, ma al momento è assolutamente necessario un fondamentale elemento: lo specchio. 
Non è certo nuova l’intuizione che il teatro abbia (più o meno consapevolmente) svolto la funzione di specchio della società. Emblematico è il caso delle celeberrime commedie di Molière che intendevano giustappunto svelare vizi e ipocrisie della società francese del ‘600; e se volessimo approfondire questo aspetto, nella storia del teatro potremmo trovare innumerevoli esempi di drammaturghi, attori e registi che utilizzavano l’arte scenica esattamente come cartina di tornasole del singolo o della comunità. Dunque, perché non fare lo stesso adesso, in modo da far prendere coscienza a Flavia delle regole sociali e conversazionali, dell’esistenza del gruppo accanto a sé, dell’autoregolazione? Detto fatto. In una manciata di secondi replico esattamente le sue abitudini verbali e tutti i suoi compagni mi supportano, probabilmente divertiti dal “gioco del teatro” e dal fatto che stavolta non ci sia un rimprovero, una ramanzina o una spiegazione da parte di una docente. Il “gioco del teatro” non delude, nemmeno stavolta. Flavia sgrana gli occhi, è come se una luce si fosse appena accesa dentro di lei. Per il resto dell’ora che trascorriamo insieme, inizia a prenderci gusto a compiere gli esercizi espressivi; ogni tanto la vedo rivolgersi a qualche compagno, ma sottovoce e in maniera assolutamente adeguata. Soprattutto sorride, quando viene a salutarmi insieme agli altri. E, ancora una volta, ringrazio mentalmente gli studi fatti in gioventù, i grandi che hanno tracciato una strada nella quale in questo preciso istante noi tutti camminiamo, anche solo per il bene di una sola allieva. 

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