Laboratorio teatrale per bambini e ragazzi aiuta a essere gruppo per il bene comune
Disponibile a breve anche tramite Podcast
Continua a stupirmi quanto le giovani generazioni apprendano il senso di responsabilità e il lavoro per il bene comune in maniera assolutamente immediata, diretta, potremmo quasi dire generosa. Probabilmente perché, come ci hanno illustrato le ultime scoperte di numerosi neuroscienziati, il nostro cervello è geneticamente predisposto alla collaborazione e alla condivisione, e questo è uno dei principali motivi della nostra sopravvivenza come specie. Di conseguenza, la mente dell’età evolutiva, che non è ancora stata appesantita da sovrastrutture, egoismi, competizioni e prevaricazioni proprie di quella adulta, impiega davvero pochissimo a comprendere la differenza tra il bene del singolo e il bene di tutti. E scegliere quest’ultimo è pertanto praticamente inevitabile.Da cui la domanda: il Teatro Ragazzi, nelle vesti di un’attività completa e divertente, è effettivamente in grado di allenare tutto ciò nella mente delle giovani generazioni? Assolutamente sì, in una miriade di occasioni. Eccone una.
Una mattina conduco il laboratorio con una classe che ho appena conosciuto. Dopo gli esercizi della triade tensione/rilassamento/pausa, ecco che tutti gli allievi sono sdraiati a terra di fronte a me. Devono concedere ai loro corpi spesso in movimento qualche secondo di pausa, ovvero rilassamento, per poi riorganizzare la posizione eretta. Ma la cosa importante è che stanno lavorando tutti insieme, sperimentando la sensazione di sentirsi tutt’uno, un solo corpo. Eppure in lontananza intravedo Roberta (la chiameremo così) che non resiste alla tentazione di slacciare le scarpe del compagno sdraiato accanto a lei. Sorrido dello scherzetto dentro di me, e mentalmente ringrazio neuroscienziati del calibro di Rizzolatti, Matteoli, Damasio e altri: mi hanno edotta in merito al fatto che la sola vista di oggetti afferrabili stimoli una parte della corteccia motoria. Ecco perché Roberta non resiste alla tentazione di slacciare la scarpa: i suoi neuroni si sono attivati e fremono per passare all’azione reale. Questo pensiero mi permette di non sgridare l’allieva: non è facile inibire un comportamento quando i nostri neuroni si attivano. Ma d’altro canto non posso permettere che tale azione prosegua. Di conseguenza ricordo a Roberta che il lavoro che stiamo compiendo è di propriocezione e attenzione, ovvero sentire noi stessi ma agire insieme agli altri come fossimo un’unica entità. E l’azione appena compiuta (che potrebbe inoltre far cadere il compagno) non lavora in questa direzione. Roberta impiega un attimo a comprendere che il suo breve momento di divertimento non riveste neppure la metà dell’importanza del lavoro con tutti i compagni. Che con quella piccola azione interrompe tutti, distrae, complica l’esercizio che stavamo facendo. Insomma, occorre ricominciare da capo, ritrovare la calma e la concentrazione per permettere ai nostri corpi di dialogare gli uni con gli altri in completa assenza di parole verbali.
Roberta non è stata rimproverata aspramente, non è rimasta frustrata. Ha anzi deciso autonomamente che il bene di tutti era, per questa volta, più importante del suo. Mi sorride e ricomincia insieme agli altri. Tra poco ripartiranno i giochi, le chiacchiere, le risate. Ma per un breve momento, ciascuno di loro si è sentito parte del tutto.







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