Teatro terapia: nel silenzio

Cecilia MoreschiNel laboratorio teatrale mi capita sempre più spesso di incontrare bambini definiti iperattivi, a volte dai loro genitori, sovente dalle maestre, più spesso dalle madri dei loro compagni.
In realtà essere affetti da A.D.H.D., ovvero non riuscire a esercitare un buon livello di autocontrollo, oltre a tempi minimi di attenzione e concentrazione, non è poi così comune, e capita di etichettare un bambino particolarmente vivace o con difficoltà d'attenzione, in questo modo.
E' pur vero però che le diagnosi o le facili etichette mi interessano relativamente e, qualora parliamo di un disturbo del genere, immaginiamo tutti un bambino che parla in continuazione, non ascolta, interrompe, non riesce a stare seduto composto, non mantiene lo sguardo su uno stesso oggetto o persona per più di un paio di secondi, fa in continuazione domande delle quali non ascolta le risposte.
Un bambino irritante, insomma, difficile da gestire soprattutto se inserito in un gruppo o classe con altri bambini, che di conseguenza necessitano dell'attenzione dell'adulto anche se non la richiedono con la stessa insistenza e convinzione del primo.
Facile perdere la pazienza, facile perdere per strada le informazioni che volevamo dare, facile perdere di vista gli altri che nel frattempo restano indietro, facile perdere un sacco di cose.
Altrettanto facile quindi riempire tutte queste perdite di parole, molte parole, un mare di parole: le sue, le nostre, quelle degli altri bambini, quelle degli altri adulti. Tutti convinti che la frase che fuoriesca dalla propria bocca sia essenziale. E allora ecco: “Insomma, smettila”, “Adesso stai zitto”, “Me lo hai già chiesto mille volte!”, “Non capisci che se continui così nessuno più vorrà giocare con te?” e così via.
Il nostro (chiamiamolo Andrea, giusto per immaginarcelo più facilmente) sa alla perfezione tutto ciò che gli adulti gli dicono. Conosce le regole, le azioni e le reazioni, le eventuali punizioni, le sgridate e i motivi dietro a queste. Non ha bisogno di tutte queste informazioni. Se non le ascolta per più di cinque minuti è perché non può esimersi dall'alzarsi dalla sedia, muoversi, parlare.
“Bene”, mi dico. “Proviamo allora a stare tutti fermi e in silenzio.”
Mentre rivolgo l'attenzione a un altro bambino, Andrea mi parla, risponde alle domande del primo, addirittura si mette fisicamente davanti a me per ottenere la mia attenzione. Pertanto smetto di parlare e di muovermi, lo guardo con dolcezza ma senza fare assolutamente niente.
Gli altri bambini e gli altri adulti seguono il mio esempio. Andrea è molto intelligente, capisce subito che c'è qualcosa di strano e si zittisce anche lui. Dopo qualche secondo di silenzio riprendo da dove avevo lasciato. Finalmente Andrea aspetta il suo turno per prendere la parola, ma quando sto per arrivare a lui, tanta è l'agitazione e l'eccitazione da costringerlo ad alzarsi dalla sedia e precedere la conversazione.
Di nuovo resto in silenzio. Il suo corpo si adegua nuovamente alla situazione. Si mette seduto composto e aspetta che sia io a iniziare il dialogo. Gli sorrido, gli dico che è bravissimo, e che so che si sta impegnando tanto. Finalmente gli faccio la domanda che lui già conosce e che aspetta ormai da almeno dieci minuti, e riesce a pronunciare la risposta al momento adeguato.
Gli sorrido, mi sorride anche lui. Sappiamo entrambi che è solo un momento, che tra poco inizierà di nuovo a parlare e a muoversi, ma per adesso ci godiamo quest'attimo di vera comunicazione e rapporto un po' più profondo di prima.
In silenzio, ci siamo guardati. In silenzio, ci siamo ascoltati. E dal silenzio riusciremo, finalmente, a parlare.

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